Walking

04.04.2017

Walking di Davide Celli (marzo 2017. Regione Emilia Romagna)

Oggi discutiamo dei sentieri naturalistici, di come proteggerli, il fine è di lasciarli ai nostri figli nello stesso stato di conservazione in cui ci sono stati consegnati dai nostri genitori. Questo vale per tutto il paesaggio, per le campagne, per i corsi d'acqua, fiumi, laghi, lo stesso mare, i boschi, persino per le paludi. Difendere tutto ciò è un compito che rappresenta il primo scopo che un ecologista dovrebbe darsi. Salvaguardare i sentieri quindi, significa tutelare la tessera di un mosaico molto più vasto. Se è vero che bisogna "pensare globalmente e agire localmente" vorrei ricordare ciò che maggiormente minaccia (e minaccerà sempre di più con l'andar del tempo) la natura selvaggia sopravvissuta alla presenza umana. Ogni anno la popolazione mondiale aumenta di 75 milioni di individui, quindi è come assistere alla nascita di una nazione come la Germania. Questa crescita incontrollata, di cui in Italia nessuno parla, ha degli effetti devastanti sugli ambienti naturali per ovvie e inevitabili ragioni. Intanto perché le persone occupano lo spazio fisico che le circonda, questo perché hanno bisogno di un tetto sulla testa, quindi servono abitazioni. Dopodiché devono spostarsi, quindi occorrono infrastrutture, treni e stazioni. Se nascono in un paese ricco acquisteranno un'automobile. Ma, soprattutto, ovunque verranno al mondo, avranno bisogno di cibo e ciò presupporrà che una quota considerevole di terreni sia dedicata all'agricoltura e all'allevamento per colmare la richiesta. Se poi la loro alimentazione si fonderà sulla produzione di carne, e non sugli ortaggi, i territori da coltivare si estenderanno ancora di più se è vero che per produrre un chilogrammo di carne occorrono 15 chilogrammi di cereali. E' stato calcolato che per ogni hamburger occorre disboscare 5 metri quadri di foresta, 35 per produrre un chilogrammo di proteine animali. Questi bisogni, la naturale conseguenza dalla crescita demografica, determinano quindi un consumo di spazio e lo spazio sul pianeta terra è uno spazio finito. L'ho presa larga, lo ammetto, ma ora è giunto il tempo di chiudere il cerchio, come avrebbe detto Barry Commoner, lo spazio che viene sacrificato alla crescita demografica, il più delle volte, è quello selvaggio, e cioè i luoghi incolti, come dimostrato dai 5 metri quadri di suolo necessari per produrre il ripieno di un panino . Incolto, non a caso, significa non coltivato, come se il mondo si dividesse tra terreni coltivati e non coltivati, dove ci sono le colture c'è il progresso, altrove l'arretratezza. Non è così. Molti antropologi hanno sottolineato che la rivoluzione agronomica del paleolitico ha peggiorato moltissimo la vita degli uomini, l'alimentazione era meno varia rispetto a quella delle tribù di raccoglitori, la mortalità infantile altissima, e anche la fatica, la fatica di coltivare e difendere i campi, era infinitamente più rilevante rispetto alle attività di caccia e di raccolta. Ecco allora che bisognerebbe tornare a guardare il progresso in un altro modo. Al progresso non consegue necessariamente un maggior benessere, e, molto probabilmente è necessario tornare alle zone incolte, o, quantomeno, rivalutarle e difenderle per quello che hanno rappresentato e continuano a rappresentare, e questo in molti l'hanno già capito data la crescita esponenziale dell'orticoltura amatoriale. Questo non significa rinunciare all'agricoltura intensiva, bensì ripensarla all'interno di un paesaggio dove le monocolture si alternano alle zone selvagge che, a loro volta, ospitano animali non addomesticati. In questa maniera si concede ai frutti della terra un valore aggiunto capace di andare ben oltre la semplice certificazione biologica. Se il grano cresce accanto ad un bosco dove dimora una famiglia di lupi significa che quel grano è sicuramente più naturale di un suo pari cresciuto ai margini di una città, accanto ad un'autostrada o sotto la ciminiera di un inceneritore. Tutti, al momento, anche i paesi più poveri, possono produrre alimenti biologici, ma solo pochi possono far certificare l'integrità del territorio da orsi, lupi, linci e altri "animali bandiera". Alla gente non basta più la pubblicità, il pubblico ha bisogno di prove tangibili e un animale selvatico è più credibile di qualsiasi spot televisivo. So bene che quanto affermo è sgradito a molte associazioni di agricoltori. Però vorrei ricordare che molti dei miei oppositori sono i figli di coloro che in passato, negli anni settanta, si sono mostrati molto diffidenti nei confronti della lotta biologica. Ricordo ancora mio padre, fiero sostenitore della lotta biologia, quando finiva al centro delle contestazioni avanzate dai contadini che mal digerivano l'idea che i pesticidi finivano nella frutta. Eppure, oggi, l'agricoltura biologica ha vinto su tutto il fronte. E' l'unico settore del comparto alimentare a non sentire la crisi. Non dimentichiamoci che come ogni attività umana ha bisogno di evolversi, per questo lupi e orsi vinceranno. Loro diventeranno i nostri testimonial nel mondo. Se ci sono loro: il territorio è incontaminato. Invito quindi i rappresentanti delle categorie interessate ad essere lungimiranti mettendo da parte le raccolte di consenso che se anche possono produrre qualche effetto immediato, sono destinate a perdere miserevolmente sulle lunghe distanze. Restando sempre sul tema dell'uomo raccoglitore vorrei fare presente che ogni sentiero ci riconduce alla nostra dimensione primordiale, la più importante, la dimensione erratica, la stessa del nomade e cioè di colui che si sposta perché cambia pascolo. Ce lo ricorda lo scrittore Bruce Chatwin quando scrive: "L'evoluzione ci ha voluti erranti. Dimorare durevolmente in caverne o castelli, è stata tutt'al più una condizione sporadica nella storia dell'uomo. L'insediamento prolungato ha un asse verticale di circa diecimila anni, una goccia nell'oceano del tempo evolutivo" Tutto ciò significa che se siamo nati per camminare, i nostri geni si sono selezionati per poterlo fare al meglio e se oggi si registra una crescita di patologie quali il diabete, l'obesità e le malattie cardiovascolari lo si deve ad un aumento considerevole della sedentarietà o ad una diminuzione della attività fisica all'aria aperta. Per questo, a mio modesto parere, incentivare le escursioni in motocicletta, a bordo di una jeep o a cavallo di un quad, e non a piedi, significa incrementare la spesa sanitaria nazionale e diseducare i giovani tenendoli lontani da un'attività salutare quale è il camminare. Mi si perdoni la digressione. Abbandoniamo la dimensione globale per tornare a quella locale. Se veramente vogliamo tutelare i nostri ambienti naturali, così come ogni nazione (e a cascata ogni Regione, dovrebbero fare), ci possiamo riuscire solo favorendo le escursioni e per far ciò occorrono dei sentieri praticabili e nessuna rumorosa presenza che danneggi gli ecosistemi, oltre ai sentieri stessi, e non faccia fuggire gli animali. I sentieri - vorrei ribadirlo - servono per condurci là dove l'uomo si è fermato, là dove il paesaggio non è stato addomesticato dall'asfalto e dal cemento. I sentieri sono un aspetto, non marginale, della ben più ampia difesa di tutta la biodiversità. I sentieri ci permettono di addentrarci nella natura, quindi sono dei produttori di conoscenza, primo perché ci conducono da un posto noto ad un altro sconosciuto facendocelo diventare familiare, poi perché ogni spostamento produce sempre un incontro, o più incontri. Con piante ed animali, ad esempio, come appunto si diceva pocanzi, e "l'incontro in natura non è un appuntamento, non è frutto di alcuna strategia, non si capita ad un incontro, è l'incontro che entra nelle nostre vite". Ecco allora che il sentiero è il "locus amoenus" dove prende corpo un processo di conoscenza. Ed è un procedimento che si ripete ad ogni escursione, quindi non è possibile vivere l'esplorazione partendo da conclusione postulate da altri. Un sentiero non ci conduce nel bosco perché lo dice una carta topografica, ma perché lo stiamo percorrendo in quel momento. Del resto ogni incontro, sia quello con il bosco, con un lago o uno scoiattolo, è sempre imprevedibile. Anche la domestica di un poeta inglese sembrava pensarla allo stesso modo. Ad un visitatore che domandava di poter vedere gli studi di William Wordsworth sulla regione dei laghi nel nord ovest dell'Inghilterra dove aveva a lungo vissuto rispose: "qui c'è la sua libreria, ma il suo studio è fuori dalla porta". Per quella domestica quindi il sapere non poteva dirsi tale se non era vissuto e sperimentato in prima persona, i libri venivano dopo, perché ogni luogo è tutte le volte diverso, come hanno dimostrato i pittori impressionisti dipingendo gli stessi paesaggi tutte le volte diversi. Prima di questo convegno ho focalizzato la mia attenzione su queste parole: Natura selvaggia. E la mente è corsa a colui che, ancora oggi, è considerato un maestro in materia di Wildernes, come la chiamano gli americani. Parlo di Henry David Thoreau. Il testo che lo ha reso celebre è certamente "Walden, Vita dei boschi" dove è narrata la sua esperienza nella natura, ma è autore anche di un altro lavoro che mi è capitato per le mani quando ho iniziato a documentarmi: il titolo ha colpito immediatamente la mia immaginazione: Walking ovvero "camminare". Thoreau era un anarchico, il padre della disobbedienza civile, eppure affida il suo testo alle autorità dell'epoca prima, e ai posteri poi, indicandoli con il termine di "coloro che se ne faranno carico" e siete voi, oggi, coloro ai quali si rivolgerebbe con queste parole: "Vorrei spendere una parola sulla Natura, sulla sua assoluta libertà e sul suo aspetto selvaggio, in contrasto con la libertà e la cultura più semplicemente civile, in relazione all'uomo, suo abitante, che è parte della Natura, piuttosto che membro della società. Vorrei farvi un'estrema raccomandazione, per quanto possa enfatizzarla, ai tanti rappresentanti del mondo civile: al Ministro, alla Commissione per l'educazione scolastica e a ognuno di voi che se ne vorrà far carico" E' solenne nel suo inizio come lo deve essere chi affida il suo pensiero ai posteri e achi ci governa. Un passo del libro sembra quasi palesarsi come una profezia rispetto a quanto sta succedendo. La Pivano ha scritto che "tradurre è un po' tradire" e io mi sono preso qualche libertà, ma non tanto per stravolgere il senso del testo originale, quanto per renderlo più efficace: "Attualmente, in queste vicinanze, la parte migliore della terra non è proprietà privata; Il paesaggio non ha padroni e il viandante apprezza questa libertà. Ma probabilmente verrà il giorno in cui i boschi e le campagne saranno divisi in piccoli pezzi così che solo pochi uomini se li potranno godere. Quando i recinti saranno moltiplicati ed i calessi dell'uomo e gli altri motori che inventeranno per confinare l'uomo sulla strada pubblica, cammineranno sulla superficie della terra di Dio, saranno costruiti con l'intenzione di entrare abusivamente sui terreni di qualche gentiluomo. Se vogliamo apprezzare una cosa da soli, e cioè in forma esclusiva, non ci sarà possibile adempiere a ciò nella maniera in cui la cosa stessa ci chiede di farlo. Sviluppiamo le nostre opportunità, quindi, prima che questi brutti giorni arrivino" Thoreau ha quindi previsto tutto quello che sarebbe accaduto, la nascita di potenti mezzi meccanici, il conflitto tra chi possiede le terre e chi le viola, il frazionamento dei territori. Tutto ciò dimostra quanto sia stata disattesa ogni aspettativa, anche dalla nostra Regione che lascia i suoi patrimoni naturali in balia di pochi motociclisti dissennati. E ho scritto "pochi" perché i motociclisti non sono tutti dei fanatici distruttori dell'ambiente, io stesso sono un motociclista, e, come molti altri, adotto sempre il massimo rispetto quando mi muovo sulle strade di montagna, di quella montagna in cui, io stesso, vivo. Non batto le sterrate quando piove, non scorazzo nei boschi quando gli uccelli nidificano, non "modifico" la mia marmitta per annunciare ai cinghiali l'arrivo roboante dell'uomo bianco in groppa al suo cavallo di ferro. Non uso gli alberi come pali per alcun verricello. Non c'è in me alcuna lotta tra il ferro della mia moto e la terra dei miei boschi. Per non apparire di parte mi sono procurato un testo tratto dal blog di un motociclista, che possiamo definire scettico, questo "bambino al cospetto del Re nudo" scrive: "Molti enduristi inoltre non si limitano al sentiero, ma tagliano per i campi vicino in modo da andare più forte ancora: lo testimoniano numerose tracce, transenne e filo spinato lasciati dai contadini per chiudere i passaggi. Sarebbe inoltre rispettoso andare via quando c'è asciutto (come in genere fanno i contadini col trattore, interessati a non distruggere i sentieri che devono percorrere per campare), ma i solchi onnipresenti sulle sterrate anche in zone non naturalmente umide dimostrano che molti motociclisti non lo fanno. Ma le moto da enduro sono nulla in confronto a quad e soprattutto jeep: un fuoristrada a quattro ruote fa un danno doppio rispetto alla moto. Andare via col bagnato è un must per molti appassionati, autentici feticisti del fango: scene di jeep bloccate nel pantano e tratte fuori a forza di sgasate con il verricello legato a una pianta non sono rare dalle nostre parti. Infine i raduni di jeep e quad e le moto-cavalcate hanno sui sentieri un effetto simile a quello di una frana: il passaggio di centinaia di mezzi tutti in una volta modifica profondamente l'assetto del terreno, creando enormi mucchi di terra e solchi in cui poi la pioggia si incanala facendo il resto del lavoro. I sentieri ne escono distrutti e l'acqua, passando dove non dovrebbe, rischia di alimentare frane e smottamenti a tutto danno dei paesini a valle, i quali magari pensano di avere un tornaconto economico da queste manifestazioni!" montagnatore.blogspot.it/2014/05/sporno-montagnana-cavalcalupo-il.htmlLeggendo questa cronaca risulta evidente che i sentieri non vengono vissuti come ho descritto in precedenza, ma come il teatro di una scorribanda fine a se stessa. Non ci può essere conoscenza, che che ne dicano i Futuristi, dove c'è la velocità. E nemmeno ci può essere un incontro. Su ciò vorrei ricordare quanto accaduto in Trentino qualche anno addietro dove si è verificato un incontro tra un motociclista in sella ad una moto da trial e un orso. Mi viene quindi spontaneo chiedermi chi sia più adatto al bosco, se l'orso o il motociclista. Lascio a voi la risposta e auspico che la buona volontà dei consiglieri qui presenti possa riconciliare l'uomo con ciò che lo circonda, con i boschi, i pascoli, le montagne, i fiumi e i laghi e perché no, anche con gli orsi. Ringrazio Giulia Gibertoni per la possibilità che mi ha offerto di poter esprimere il mio pensiero in qualità di Presidente dell'associazione che ho fondato, la Legio Ursa.